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Contributi sulle ore straordinarie nel rapporto di lavoro part time.

ORE DI LAVORO

Contributi sulle ore straordinarie nel  rapporto di lavoro part time.

Ogni lavoratore assunto con un contratto subordinato, sia esso determinato o indeterminato, obbliga il datore di lavoro al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali. Tali contributi sono versati, normalmente, all’Inps e all’Inail. Il primo tutela tutti gli episodi legati alla malattia del lavoratore, ai congedi parentali, al riconoscimento dei permessi ex legge 104/92 ecc. mentre l’Inail copre gli eventi di infortuni sul lavoro e malattia professionale.

ORE DI LAVORO

La mancata assunzione del lavoratore c.d. “lavoro in nero” espone il datore di lavoro a dover pagare, in prima persona, eventuali eventi di malattia o infortunio che dovessero capitare al lavoratore durante il rapporto di lavoro.

In via generale possiamo dire che il versamento dei contributi incide mensilmente in circa il 42% in più di quella che è la retribuzione mensile del lavoratore. Quindi presi Euro 1.000 come esempio di retribuzione mensile del lavoratore, il datore di lavoro tratterrà il 10% dalla retribuzione del lavoratore (euro 1.000-100) e aggiungerà un 32% circa, pari a 300 euro. Quindi alla fine il lavoratore percepirà Euro 900 e il datore di lavoro verserà (900 al lavoratore e) Euro 400 agli istituti previdenziali.

Inoltre, se il lavoratore è assunto in regola, il datore di lavoro è anche tenuto al  versamento dei contributi a fini pensionistici, ovvero contributi calcolati a settimana (52 contributi settimanali annuali in presenza di un rapporto di lavoro subordinato full-time).

lavorare tante ore

Purtroppo però i contributi a fini pensionistici non vengono chiesti dallo Stato su tutte le ore lavorate dal lavoratore. 

L’inps ha chiarito, con il messaggio n. 658/2008, che i datori di lavoro non devono versare contributi per lo straordinario.

Infatti, l’effetto immediato delle ore di lavoro straordinario è quello di assicurare uno stipendio mensile più alto, e non contribuiscono ad aumentare l’importo della pensione finale perché, come chiarito dall’Inps, le ore di straordinario non rientrano nella contribuzione. Non rientrando, dunque, nel calcolo dei contributi per la pensione finale, le ore di straordinario a lavoro incidono poco e niente sull’importo di pensione. Inoltre fare ore di lavoro straordinario non permette al lavoratore di andare in pensione prima.

Allo stesso modo, come stabilito dalla Corte di Cassazione, le ore di lavoro straordinario non entrano nemmeno nella base di calcolo della contribuzione figurativa che l’azienda deve versare al dipendente che percepisce l’assegno straordinario di solidarietà.

Questa situazione ha però ingenerato nel corso degli anni distorsioni davvero gravi e gravose per i lavoratori.

Non riconoscere, a fini pensionistici, le ore di lavoro straordinarie svolte dai lavoratori ha fatto si che i datori di lavoro, al fine di versare meno all’Inps, abbiano preferito (e preferiscono) assumere i lavoratori con un contratto part time (spesso anche determinato) e poi “costringano” il lavoratore, che non riesce ne a mangiare ne a vivere lavorando 15 o 20 ore alla settimana, a svolgere numerosissime ore di lavoro straordinario.

Si verifica quindi la situazione (frequentissima) di lavoratori assunti con un part time al 50% per 20 ore a settimana che svolgono però 40 o 50 ore settimanali, ovvero venti o trenta ore in più a settimana tutte le settimane.

Cosa produce questa distorsione?

ore di lavoro in più

Ebbene, a fine anno un lavoratore con un part time al 50% (che però con gli straordinari ha lavorato come fosse un full time) avrà versati sul suo conto pensionistico Inps solo 26 contributi settimanali, invece che 52, come sarebbe se fosse assunto con un contratto a tempo pieno.

Se quindi lo stesso lavoratore lavora per dieci anni con un contratto part time al 50%, non avrà calcolati dieci anni di contributi, cioè almeno 52 contributi settimanali per ogni anno di lavoro, ma solo la metà cioè 26, e quindi quei dieci anni varranno,  a livello pensionistico, come se avesse lavorato full time solo per cinque anni.

E cosi, andando avanti, quei lavoratori che nella loro vita lavorativa hanno sempre avuto contratti part time avranno, non i 52 contributi settimanali nell’anno, che gia da soli, oggi, assicurano una pensione da fame, ma ne avranno la metà o anche meno, con ricadute estremamente negative nell’importo della pensione che si andrà a percepire.

Cosa possono fare i lavoratori che si trovano in questa situazione?

Preciso che ultimamente la Corte di Cassazione si è pronunciata in proposito riconoscendo il diritto dei lavoratori a vedersi convertito il rapporto part time in full time. Ma anche qui, sicuramente, per ottenere il diritto occorrerà che il lavoratore porti in giudizio il datore di lavoro.

Avv. Roberto Amati

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