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Divieto di licenziamento in maternità.

Divieto di licenziamento in maternità

Le lavoratrici non possono essere licenziate dall’inizio del periodo della gestazione e sino ad un anno di età del figlio, così come disciplinato dal decreto legislativo n. 151/2001.

Durante tale periodo, in cui vige il divieto, è precluso al datore di lavoro anche di porre in essere variazioni nella organizzazione aziendale atti a licenziare la lavoratrice successivamente alla scadenza del divieto.

Il licenziamento irrogato alla lavoratrice è da considerarsi nullo a tutti gli effetti e, data la nullità, non soggiace al termine di 60 giorni per impugnarlo (ma poiché la Cassazione muta spesso orientamento, si consiglia sempre di impugnare il recesso entro 60 gg.). L’impugnazione del licenziamento effettuato durante il periodo di maternità implica la reintegra della lavoratrice nel posto di lavoro e il risarcimento del danno.

E’ da evidenziare che la Corte di Giustizia Europea con la sentenza n. C-588 del 2012 ha analizzato il caso del licenziamento di una lavoratrice in maternità, lavoratrice part time, che aveva impugnato il recesso e aveva visto ripristinato il suo rapporto di lavoro. Nel caso di specie il datore di lavoro, trattandosi di una lavoratrice con contratto part time aveva calcolato il risarcimento del danno sulla base della retribuzione percepita in base all’orario ridotto, ma la Corte ha stabilito che in questo caso (e proprio per sanzionare comportamenti di questo tipo) il risarcimento deve essere parametrato ad una retribuzione full time anche in caso di rapporto part time.

Ovviamente però, le lavoratrici madri possono comunque essere licenziate allorché pongano in essere comportamenti del tutto contrastanti con un regolare rapporto lavorativo, e allora questi sono i casi in cui viene meno il divieto di licenziamento:

  1. Se la lavoratrice commette violazioni talmente gravi che il rapporto di lavoro non può più continuare, la c.d. giusta causa ex art 2119 codice civile;
  2. Completa cessazione dell’attività aziendale a cui è addetta la lavoratrice; la mera cessazione del reparto a cui la stessa è addetta non giustifica il licenziamento;
  3. Nel caso di un contratto di lavoro a termine allorché si arrivi alla scadenza del termine;
  4. In caso di esito negativo della prova, nel caso di un contratto appena siglato. In questo caso però è il datore di lavoro che deve provare che il mancato superamento della prova da parte della lavoratrice sia reale e non sia invece una forma di discriminazione, cioè il datore di lavoro vuole in realtà solo liberarsi di una lavoratrice che presto andrà in maternità.

Durante il periodo in cui vige il divieto di licenziamento e finché il bambino non ha compiuto i tre anni di età, ovvero in caso di adozione per i primi tre anni dall’adozione, la lavoratrice può rassegnare volontariamente le dimissioni ma queste, per la sicurezza della lavoratrice hanno effetto solo dalla data di convalida presso l’Ispettorato del lavoro.

Le dimissioni presentate senza il passaggio all’Ispettorato sono inesistenti e il rapporto prosegue a tutti gli effetti tra le parti.

Nel caso in cui la lavoratrice presenti le dimissioni nel periodo compreso tra l’inizio della gravidanza e fino ad un anno di età del figlio, alla stessa dovrà essere pagata l’indennità di preavviso.

La lavoratrice che si trovi in maternità non può essere collocata in mobilità, a meno che l’azienda per cui lavora non cessi del tutto l’attività.

Avv. Roberto Amati

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