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Lavoratore sindacalista e diritto di critica. Cassazione Lavoro n.35922/2023

La qualità di sindacalista in capo al lavoratore in azienda lo “protegge” da eventuali licenziamenti a seguito di critica sull’azienda stessa? Vediamolo insieme.

Prima di tutto definiamo cos’è il diritto di criticae ci aiuta wikipedia “Il diritto di critica consiste nell’apprezzamento e nella valutazione di fatti, nell’espressione di un consenso o di un dissenso rispetto ad una certa analisi. Erroneamente si accosta la cronaca alla critica, ma sono due diritti ben diversi. La critica, essendo soggettiva, non è mirata alla pura e semplice informazione, l’oggetto critica può essere molto più vario, potendo anche riferirsi a un comportamento, a una tendenza e non a un fatto determinato. La descrizione di un avvenimento deve essere ben distinta dai commenti, pensieri e giudizi che questo fatto può provocare. Un corretto esercizio di questo diritto offre alla parte offesa di poter controbattere. Inoltre dall’autore di una critica non si può pretendere la stessa imparzialità richiesta a chi trasmette un’informazione.” 

Esistono molti tipi di critiche, ad esempio, come nel caso che ci occupa la critica sindacale, ovvero quella che è volta a difendere il lavoratore da atteggiamenti o azioni che il datore di lavoro non dovrebbe avere. Le due parti interessate da questa contrapposizione saranno sempre impari, in quanto la relazione sarà

sempre di soggezione-potere. Questa critica è l’unica a essere incentrata sulla salvaguardia della condizione di chi la esprime. Appurato quindi di cosa si parla quando si discute di diritto di critica riporto una decisione della Corte di cassazione e precisamente la n. 35922/2023 laddove è stato valutato il licenziamento di un lavoratore per aver espresso frasi critiche nei confronti dell’azienda e dei vertici aziendali.

Nel caso di specie quindi il lavoratore aveva espresso, con toni vivaci e coloriti apprezzamenti sull’azienda e lo aveva  fatto sia verbalmente davanti ad altri colleghi di lavoro e sia scrivendolo sulla sua pagina facebook.

Le frasi incriminate erano le seguenti:

Si informano tutti i gentili colleghi […] che, qualora si voglia aderire e iscriversi alla Fit-Cgil perché trattati come stracci”;

Il vecchio oggi di prima mattina va a caccia dei suoi autisti che si sono iscritti al sindacato per fargli le solite minacce o false promesse“;

Come mai questi hanno tutta questa fottuta paura che la gente si iscrive? Io personalmente l’unica risposta che mi riesco a dare è che hanno qualcosa da nascondere e non sono puliti”;

Sto vecchio di merda sempre a rompere i coglioni alla gente il sabato mattina, ma andasse a fare un giro in montagna.

Pertanto la società, sentendosi lesa da codesto diritto di critica e non ritenendola una critica, ma offese gratuite a tutti gli effetti, lo licenziava adducendo essere venuto meno il vincolo di fiducia, “sul rilievo che i fatti contestati e ritenuti addebitabili al dipendente, a titolo di dolo o di negligenza grave e ingiustificabile, travalicassero ogni limite di critica e di satira e impedissero la prosecuzione del rapporto di lavoro

Il lavoratore impugnava il recesso deducendo che lo stesso fosse  discriminatorio/ritorsivo  ed effettuato solo per colpire il suo essere un sindacalista e il suo diritto a esprimere critiche nei confronti del datore di lavoro.

Ma i Giudici di merito, in primo e secondo grado, avevano ritenuto valido il licenziamento.

Giunti in Cassazione i Giudici di legittimità hanno considerato “garantito il diritto di critica, anche aspra, nei confronti del datore di lavoro … ma ciò non consente di ledere sul piano morale l’immagine del proprio datore di lavoro con riferimento a fatti non oggettivamente certi e comprovati, poiché il principio della libertà di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 Cost. incontra i limiti posti dell’ordinamento a tutela dei diritti e delle libertà altrui e deve essere coordinato con altri interessi degni di pari tutela costituzionale.

La Corte ha altresi precisato che il lavoratore che sia anche sindacalista riveste una duplice qualifica e cioè da un lato è un lavoratore subordinato mentre dall’altro “in relazione all’attività di sindacalista si pone su un piano paritetico con il datore di lavoro, con esclusione di qualsiasi vincolo di subordinazione, giacché detta attività, espressione di una libertà costituzionalmente garantite dall’art. 39 Cost., in quanto diretta alla tutela degli interessi collettivi”.

La Corte ha pertanto ritenuto legittimo il licenziamento in quanto le frasi rivendicate dal sindacalista come “diritto di critica” erano in realtà solo frasi “intrise di assai sgradevole volgarità”.

Avv. Roberto Amati

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