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Prescrizione dei contributi.

Ai sensi dell’art. 3 della Legge 335/95, le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono in dieci anni e non possono essere versate con il decorso dei termini di prescrizione. Tale termine, inoltre, sempre dalla stessa norma ora indicata, è stato ridotto, a decorrere dal 1° gennaio 1996, a cinque anni salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti.

Oggi, pertanto, a regime, il termine prescrizionale dell’azione di recupero è di cinque anni salvo che il lavoratore o i suoi superstiti facciano denuncia all’INPS del rapporto di lavoro c.d. “a nero” nel qual caso il termine indicato viene aumentato a dieci anni.

Il lavoratore può, in caso di mancato versamento dei contributi richiedere il risarcimento del danno di cui al secondo comma dell’art. 2116 Cod. Civ. “nei casi in cui (…) le istituzioni di previdenza e di assistenza, per mancata o irregolare contribuzione, non sono tenute a corrispondere in tutto o in parte le prestazioni dovute, l’imprenditore è responsabile del danno che ne deriva al prestatore di lavoro.”

La violazione dell’indicata disposizione normativa da origine a due diversi tipi di danno:

– Il primo è un danno immediato e diretto ed è dato dalla necessità di costituire la provvista necessaria ad ottenere un beneficio economico corrispondente alla pensione attraverso una previdenza sostitutiva (Cass. 12213/04). Esso si verifica nel corso del rapporto di lavoro, in caso di omessa contribuzione previdenziale, nel momento in cui si prescrive il diritto di credito spettante all’Ente Assicuratore.

– Il secondo tipo di danno ex art. 2116 Cod. Civ. è dato dalla perdita totale o parziale della prestazione previdenziale.


In questo caso la definitiva perdita della prestazione previdenziale causa al lavoratore un danno che il datore di lavoro è tenuto a risarcire in base al menzionato art. 2116 Cod. Civ. e a tal proposito è la Suprema Corte a stabilire che: “Per l’estrema difficoltà di quantificare l’effettiva decurtazione della futura prestazione previdenziale, lo strumento sarà normalmente quello della domanda di condanna generica, volta ad accertare la potenzialità dell’omissione contributiva a provocare danno” (Cass. 3.12.2004, n. 22751; Cass. 2.11.1998, n. 10945)., e ancora la recentissima giurisprudenza ha stabilito che “la responsabilità del datore di lavoro per danni subiti dal lavoratore a causa di mancata o irregolare contribuzione rappresenta un’ipotesi di responsabilità contrattuale, derivante dalla violazione di una specifica ed indisponibile obbligazione imposta dalla legge.                                                  

In tal caso sussiste, pertanto, l’interesse del lavoratore ad agire per il risarcimento del danno (ex art. 2116 cod. civ.) ancor prima del verificarsi degli eventi condizionanti l’erogazione delle prestazioni previdenziali, potendo egli avvalersi della domanda di condanna generica volta ad accertare la potenzialità dell’omissione contributiva a provocare il danno (cfr., da ultimo, Cass. 15 giugno 2007, n. 13997; 3 dicembre 2004, n. 22751; 20 marzo 2001, n. 3963). 

Per altro verso, si è asserito che l’autorità del giudicato copre il dedotto e il deducibile, e cioè non solo le ragioni giuridiche fatte valere in giudizio ma anche tutte le altre – proponibili sia in via di azione che di eccezione – le quali, sebbene non dedotte specificamente, si caratterizzano per la loro comune inerenza ai fatti costitutivi delle pretese anteriormente svolte (per tutte, v. Cass. 16 marzo 1996, n. 2205 e 13 maggio 2000, n. 6160). 

E, con riferimento a fattispecie analoghe a quella in esame, si è di recente sottolineato che l’unitarietà del diritto al risarcimento del danno ed il suo riflesso processuale dell’ordinaria infrazionabilità del giudizio di liquidazione (scaturente dal rispetto dei canoni della concentrazione e della correttezza processuale) comportano che, quando un soggetto agisca in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni a lui cagionati da un dato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta (Cass. 22 agosto 2007, n. 17873).” (Cass. Sez. Lav. n. 26078/2007).

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